Filantropia: parole (ab)usate. Episodio 1

Filantropia: parole (ab)usate. Episodio 1
Retorica che distrugge, a.k.a. sic transit gloria mundi 

 

Di Simone Castello

Falsi miti e vere bufale costellano il settore filantropico, distorcendo il linguaggio e, di conseguenza, la pratica sul campo. Il risultato? Ostacolare la comprensione per mezzo di una retorica incomprensibile, quando non fastidiosa, e far venire meno il vero e semplice senso della filantropia: provare a generare dei cambiamenti positivi per il nostro pianeta. Il primo episodio di questa serie è dedicato alla parola “innovazione”, alle sue criticità e a possibili soluzioni. 

Chiunque operi in un ambito specifico finisce, col passare del tempo, per sviluppare un gergo che consente di relazionarsi con gli stakeholder di quel settore. L’utilizzo di uno slang è positivo nel momento in cui semplifica la relazione tra soggetti diversi, alla luce di un univocità di significato e di una maggiore rapidità di comunicazione. Anche l’intrinseca specificità è limitatamente ostativa fintanto che non si evince la necessità di relazionarsi con attori esterni che non abbiano la stessa padronanza terminologica.  

Il problema si pone quando il gergo diventa incomprensibile per gli stessi referenti settoriali, vuoi perché le medesime parole vengono utilizzate con senso diverso, in buona fede, vuoi perché l’intento è “far breccia” con le parole, più che far comprendere. Nel settore filantropico questo accade quotidianamente. Se ciò crea disagio agli stessi stakeholder che operano in questo ambito o si interfacciano con esso, questo fenomeno risulta tanto più dannoso avendo a che fare con temi di utilità sociale e di pubblico interesse che, almeno idealmente, vorrebbero parlare a tutti i cittadini  (ad esempio, a scopo di raccogliere fondi e mobilitare consenso). É legittimo affermare che chi si adopera per generare cambiamenti positivi, trovandosi a portare avanti o ad avviare un modello filantropico, sia tenuto a dilungarsi almeno un attimo per riflettere su determinati termini e sulle distorsioni che il loro (ab)uso provoca, sia a livello di sistema sia su un piano strategico e operativo.

Tra i termini (ab)usati, ci soffermeremo in questo primo episodio sulla parola “innovazione”.

Alzi la mano chi compilando un formulario di presentazione di un progetto, non si è trovato davanti a domande stile “Quali sono i tratti innovativi del progetto?” o “In che cosa il progetto si caratterizza come innovativo rispetto ad altri già presentati?” o declinazioni sul genere? Chi non si è trovato ad ascoltare presentazioni autocelebrative in cui venivano glorificati i tratti distintivi, unici e radicalmente nuovi di una determinata iniziativa?

Intendiamoci, non c’è nulla di male nel ricercare l’innovazione e sono numerosi gli esempi positivi nel contesto internazionale così come in Italia. Come abbiamo esplorato nel manuale Filantropia 2.0, istruzioni per l’uso, l’innovazione potrebbe e dovrebbe essere uno dei tratti caratterizzanti di una filantropia tesa ai risultati:

[…] la raison d’être della filantropia dovrebbe essere quella di “sperimentatore sociale”, ossia di identificare proposte promettenti, testarle, valutarle rigorosamente e segnalarne l’eventuale efficacia ai policymaker affinché possano replicarle e implementarle su larga scala. […] a fronte di un obiettivo chiaro, il filantropo può finanziare l’implementazione di una teoria del cambiamento plausibile che potrebbe produrre risultati significativi per risolvere o contrastare un problema radicato, urgente, e per il quale al momento non sono note soluzioni efficaci comprovate. 

Dal capitolo “Sperimentare, apprendere, migliorare” di Filantropia 2.0, istruzioni per l’uso

Il problema è quando tale retorica diventa, appunto, retorica. Quando la parola “innovazione” viene trattata automaticamente come sinonimo di “efficacia”. Quando un progetto “innovativo” viene considerato necessariamente migliore di un’iniziativa consolidata. Quando la ricerca di innovazione diventa superficiale e universale, perdendo la sua spinta strategica e ragionata e configurandosi come uno tra i punti che devono essere presenti nella checklist di chi si trova a dover selezionare progetti da sostenere, come bollino di qualità generativo di opportunità di comunicazione. Quando si perde di vista cosa significa “innovare” e cosa questo comporta. Ad esempio, dimenticandosi che:

  1. L’innovazione è rara. Innovare è un processo complesso che richiede ricerca e metodo. Molto spesso le cosiddette “innovazioni” non sono che adattamenti o repliche tout-court di pratiche ed esperienze già esistenti. Di cui a volte non si è a conoscenza, perché siamo abituati a lavorare a silos, o che a volte si preferisce ignorare pur di presentarci come pionieri.
  2. L’innovazione è rischiosa. Innovare significa evidentemente ricercare strade nuove e non battute sviluppando nuovi processi, approcci, output. Le implicazioni dovrebbero essere ovvie: un progetto realmente innovativo ha alte possibilità di fallire, vuoi nell’implementazione sul campo (perché le modalità non sono rodate), vuoi negli esiti finali (perché l’incertezza insita nella novità potrebbe risultare nell’inefficacia dell’iniziativa o addirittura nell’arrecare danni alle persone per cui si intendeva creare un cambiamento positivo). Una filantropia efficace, realmente interessata a essere innovativa, dovrebbe accettare il rischio del fallimento e imparare a coltivarlo in maniera utile per sé e per la comunità. Ovviamente ammesso che l’intenzione sia quella di produrre davvero un cambiamento positivo: se il reale intento è glorificarsi dietro la parola innovazione e sottintendere l’impatto – ossia non verificare rigorosamente se l’innovazione in questione abbia permesso di raggiungere i risultati auspicati ma dare per scontato che tali risultati ci siano e siano positivi – allora va benissimo così. (Inserire ironia qui).

Torneremo sul secondo punto, ossia sul tema della cultura del fallimento, in modo dedicato in uno dei prossimi episodi. Per il momento soffermiamoci brevemente sul primo, ossia sulla ricerca ossessiva e infondata di innovazione. Attingendo ancora a Filantropia 2.0,

[…] Una battuta ricorrente nel settore non profit è che le organizzazioni devono costantemente vestire di innovazione le proprie iniziative affinché siano prese in considerazione dai finanziatori. Ma cosa c’è di male se un’organizzazione copia un progetto di successo? In fondo, che la soluzione proposta sia nuova o radicata, è all’efficacia che si sta guardando. Si può celebrare e finanziare l’innovazione quando necessario (anzi è importantissimo, si veda il prossimo punto) ma in molti casi, al contrario, è meglio valutare se l’organizzazione sia stata abbastanza intelligente da evitare di reinventare la ruota, scegliendo invece di replicare un progetto efficace sviluppato da altri. 

Dal capitolo “Selezionare i progetti” di Filantropia 2.0, istruzioni per l’uso

Se accettiamo il senso di fondo di questa affermazione, ossia che l’obiettivo della filantropia sia quello di ricercare l’efficacia, allora ne deriva una conseguenza logica: i soggetti filantropici dovrebbero creare le condizioni per mettere le organizzazioni non profit nelle condizioni di presentare iniziative che abbiano le migliori chance di successo, siano esse radicalmente nuove, innovative in senso incrementale, o consolidate. Le modalità per farlo, esaminate nel manuale, sono numerose e guardano alle tipologie di capitale fornito, al supporto alla capacity building, allo stile relazionale adottato, all’utilizzo sano dei diversi approcci di valutazione, eccetera.

Gli esempi sono tanti e possono concretizzarsi in piccole o grandi innovazioni (ebbene sì!) nel modo di fare filantropia. A fini di sintesi, credo interessante citarne due, illustrativi anche perché enormemente diversi – per scala, portata, risonanza e complessità di realizzazione.

Il primo caso riguarda Fondazione Mazzola, che esaminiamo perché rappresenta davvero un piccolo e modesto passo che non comporta grandi difficoltà di attuazione (e perché sarebbe prezioso avere dei feedback e avviare un confronto per apprendere e migliorare). Consapevoli delle caratteristiche dell’innovazione, abbiamo scelto di inserire un semplice campo nei formulari di presentazione delle proposte progettuali in cui si chiede:

La ratio è semplice: siamo felici in determinati casi di sostenere progetti realmente “innovativi”, con tutto ciò che questo comporta. Ma pensiamo che la capacità di un ente di ricercare, identificare e analizzare pratiche efficaci già sperimentate da altri e provare a replicarle, magari con adattamenti che le rendano coerenti con un diverso contesto, target o ambito di applicazione, sia un fattore altamente meritevole che denota spirito critico, intelligenza organizzativa e mancanza di autoreferenzialità. In nessun modo questo campo viene usato per premiare chi “innova” a tutti i costi.  

Il secondo esempio, infinitamente più interessante, innovativo e sistemico, è il caso della Regranting Challenge lanciata a febbraio da Open Philanthropy. Si tratta di un bando da 150 milioni di dollari che intende fornire risorse ai budget di altre fondazioni erogative (da una a cinque) e che si basa sull’assunto che ci siano singoli programmi e intere organizzazioni eccezionali da sostenere, piuttosto che provare a replicare da zero. Nelle parole di Open Philanthropy, la Challenge mira a:

  • Apprendere da una gamma di differenti soggetti erogativi, con approcci diversi e attivi su problemi differenti […]
  • Aggiungere risorse a iniziative ad alto impatto in corso, piuttosto che provare noi stessi a reinventare la ruota […]
  • Testare un meccanismo che permetta ai programmi più efficaci di crescere […]

Chi nota la differenza? Non solo non troviamo nulla dell’atteggiamento frequente nella filantropia teso a sbandierare il progetto sostenuto, in cui per primi (!) si sta finanziando un’iniziativa innovativa (o presunta tale). Open Philanthropy dà invece per scontato di poter apprendere da altri filantropi e, al posto di ricercare la novità di cui potersi in qualche modo appropriare/gloriare, preferisce sostenere il modello, gli approcci, i progetti da loro già avviati, implementati, sperimentati per utilizzare al meglio le proprie risorse ed evitare inutili duplicazioni. Si tratta di un’iniziativa esemplare non solo sul piano operativo ma a livello simbolico per il messaggio che lancia. Non sarebbe interessante un’esperienza che semplicemente punti a finanziare progetti già finanziati da altri? O un bando che premi le iniziative basate esplicitamente su esperienze già realizzate da altri enti, magari in diversi contesti? Non sarebbe innovativa una linea pubblicamente dichiarata che metta al centro un messaggio del tipo “replichiamo ciò che funziona”?

Finanziare l’innovazione è importantissimo e la filantropia potrebbe farlo molto di più, assumendosi oneri e onori del caso, generando cambiamento e producendo conoscenza utile per tutti. Ma nella maggior parte dei casi, quando l’innovazione non esiste/non è possibile/non ha senso, potremmo smetterla di abusare di questa parola?

É possibile imparare a copiare quando ha senso e a valorizzare chi lo fa bene, uscendo dalla bolla egotistica?

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