Filantropia e scienza comportamentale: come aumentare l’impatto delle donazioni? Ne parliamo con Lucius Caviola

Filantropia e scienza comportamentale: come aumentare l’impatto delle donazioni? Ne parliamo con Lucius Caviola

Per alcuni donare è puramente una questione di scelta personale. Altri pensano che il sostegno alle organizzazioni non profit dovrebbe basarsi su dati e performance degli enti beneficiari. Come ricercatore che si muove all’intersezione tra psicologia ed etica, qual è la tua posizione? Tutta la filantropia dovrebbe essere orientata all’efficacia e se sì, perché?

Sì, penso che la filantropia dovrebbe avere un focus maggiore sui rapporti costo-efficacia rispetto alla situazione attuale. Le persone altruiste sono molte: parliamo di oltre 450 miliardi di dollari donati ogni anno solo negli Stati Uniti. Questa generosità è meravigliosa ma, purtroppo, da sola non basta; dobbiamo accertarci che la generosità produca risultati. Dobbiamo utilizzare razionalità ed evidenze per capire come le nostre donazioni possono aiutare il maggior numero possibile di persone.

La maggior parte delle donazioni non raggiunge le non profit efficaci, quelle che salvano o migliorano più vite per ogni euro allocato. E se il nostro obiettivo è “fare del bene”, allora concentrarci sul rapporto costo-efficacia è cruciale. Anche se molte persone non ne sono consapevoli, le non profit efficaci producono risultati centinaia di volte maggiori rispetto ad alcune non profit standard. Questo significa che donare in modo più efficace è molto più importante che donare di più. Se doni il doppio, raddoppi il tuo impatto. Ma se doni in modo più efficace, puoi aumentare il tuo impatto di cento volte, a parità di risorse allocate.

 

Nel tuo bellissimo paper The Psychology of (In)Effective Altruism”, scritto assieme a Stefan Schubert e Joshua Greene, sostieni un punto interessante: come cittadini ci sentiamo spesso delusi dall’inefficacia della spesa pubblica; come investitori cerchiamo i rendimenti più alti; e come consumatori, dedichiamo molto tempo a cercare la miglior offerta per il prodotto che desideriamo acquistare. Eppure, quando si tratta di donare, ci sforziamo molto poco di trovare modalità per farlo in modo efficace. Come mai? Perché veniamo attratti da non profit poco efficaci?

Quando le persone donano lo fanno col cuore. Vogliono sostenere un’organizzazione che per loro è significativa a un livello personale ed emotivamente coinvolgente. Ma le non profit che più parlano ai nostri cuori non sono necessariamente le più efficaci. Mettiamo il caso che tu voglia sostenere il tuo museo locale. Forse hai anche già offerto il tuo tempo come volontario e quindi senti una forte connessione personale. È naturale sentirsi più incline a donare a questo museo piuttosto che a una organizzazione che opera per lo sviluppo internazionale di cui non hai mai sentito parlare prima, che aiuta persone all’altro capo del mondo, che non hai mai incontrato e che non saranno mai in grado di ringraziarti. Ma il problema è che la tua donazione potrebbe produrre molti più risultati – aiutare molte più persone, più in profondità – donando a quella ONG piuttosto che al museo locale. E, purtroppo, in molti casi le organizzazioni più efficaci sono proprio quelle con cui avvertiamo una minor connessione a livello emotivo. La chiave sta proprio nella disconnessione tra ciò a cui siamo legati a livello empatico e ciò che presenta un miglior rapporto costo-efficacia.

 

Tutti noi approcciamo la filantropia con un set di ipotesi e preconcetti personali. In che modo i nostri bias morali e le nostre preferenze possono ridurre l’impatto delle nostre donazioni? Puoi farci degli esempi?

In aggiunta al fatto che le persone sono spesse poco motivate a livello emotivo a donare in modo efficace, spesso hanno anche idee sbagliate che li portano ad allocare risorse in modo subottimale.

Uno di questi falsi miti è l’idea che le non profit debbano avere un basso overhead, ossia bassi costi di struttura. Molte persone credono – come io stesso ero solito pensare – che una non profit dovrebbe spendere il meno possibile sulla propria struttura e indirizzare tutte le donazioni direttamente sui progetti. Ma questo è falso: in realtà, il rapporto di overhead è un criterio completamente irrilevante. Non si identifica con un rapporto costo-efficacia positivo e non è correlato ad esso. Ciò che conta davvero è quante vite vengono salvate (o migliorate) per ogni euro (costo-efficacia), non quanti euro vengono spesi sulla struttura. È molto probabile che le organizzazioni altamente performanti presentino costi di struttura elevati perché hanno bisogno di una buona amministrazione, di personale competente (che comporta la necessità di salari competitivi), di un’infrastruttura efficiente, di solide capacità di autovalutazione, e così via. Tutto questo costa ma è necessario per ottimizzare il rapporto costo-efficacia dell’intera organizzazione.

Proviamo a fare un confronto con il settore profit, concentrandoci anche qui sul tema costo-efficacia. Nessuna compagnia automobilistica si pubblicizzerebbe dicendo “Compra da noi la tua macchina. Il 99% dei tuoi soldi vanno sulla produzione, solo l’1% sulla pianificazione e sul design”. Sarebbe assurdo. Ma molte persone credono che questo sia il modo in cui una non profit dovrebbe operare. Se vogliamo essere sicuri che la donazione sia allocata efficacemente, non dobbiamo scegliere la non profit beneficiaria basandoci sui costi di struttura, ma sui risultati prodotti per ogni euro.

 

Esistono strategie che, basandosi su meccanismi psicologici, possono incoraggiare una pratica donativa più efficace? Assieme al prof. Joshua Greene avete creato uno strumento interessante che aiuta le persone ad aumentare l’impatto delle loro donazioni attraverso un sistema di matching. Cos’è e come funziona Giving Multiplier?

Con il prof. Greene volevamo sviluppare una tecnica che incoraggiasse le persone a donare di più alle non profit efficaci. Abbiamo provato diversi approcci. Per prima cosa, abbiamo compreso che è quasi impossibile cambiare le preferenze individuali sulla base di argomentazioni morali: abbiamo tentato diverse volte, fallendo. Così, abbiamo optato per un approccio differente: invece di cambiare le propensioni personali abbiamo cercato di lavorare con esse. Quindi, accettiamo che le persone vogliano donare con il proprio cuore, che vogliano donare a un ente a cui sono legati a un livello emotivo (come il museo locale). Se togliamo questo elemento, proibendo di donare alla non profit preferita, si rischia di distruggere l’emozione stessa che fa originare e spinge all’atto altruistico.

Così facendo ci siamo resi conto che, anche se le persone desiderano donare alla propria non profit preferita, molti sono disposti a donare a essa solo una parte della propria donazione, ad esempio la metà. Come mai? Perché la ricompensa emotiva che percepiamo dal donare al nostro ente favorito (donando “con il cuore”) è slegata dall’ammontare della donazione: la gratificazione che otteniamo dal donare 100 euro alla nostra non profit non è doppia rispetto a quella che proviamo donando 50 euro. Ci sentiamo bene più o meno alla stessa maniera. Basandoci su questo dato, abbiamo testato se le persone fossero disposte a dividere la propria donazione tra la loro non profit preferita e una altamente efficace. E abbiamo scoperto che questo meccanismo funziona molto bene.

Nei nostri esperimenti abbiamo notato che metà dei donatori era disposta a dividere al 50% la propria donazione tra la non profit a loro più cara e una fortemente performante, di cui non avevano mai sentito parlare prima e che non presentava una forte attrattività emotiva. Da questo abbiamo potuto rilevare un aumento del 76% delle donazioni a favore di organizzazioni efficaci, un effetto enorme in termini di scienza comportamentale. E ciò che questi risultati indicano è che le persone vogliono donare con il cuore ma desiderano farlo anche con la testa. Non è che non si curino dell’efficacia, lo fanno. Semplicemente non vogliono abbandonare la propria non profit preferita. Posti di fronte a due motivazioni contrastanti, permettere loro di dividere tra le due organizzazioni consente di soddisfare entrambe le necessità in modo appagante.

Per vedere se questa tecnica funzionasse nel mondo reale, abbiamo creato una nuova piattaforma di donazioni online chiamata Giving Multiplier (https://GivingMultiplier.org). Questo strumento consente di donare a una qualsiasi non profit di propria scelta (le organizzazioni devono essere riconosciute negli Stati Uniti ma si può donare da tutto il mondo) e a una non profit altamente efficace raccomandata da nove esperti. Dopo aver selezionato l’organizzazione e l’ammontare, è possibile indicare come si intende ripartire la donazione tra le due realtà. E, per incentivare le donazioni, Giving Multiplier le “matcha” utilizzando un certo coefficiente. Significa che andiamo ad aumentare gratuitamente entrambe le donazioni; quanto più il donatore decide di allocare a favore della non profit efficace, tanto più cresce il coefficiente di matching. Abbiamo lanciato il sito a novembre 2020 e da allora abbiamo raccolto oltre 1,5 milioni di dollari da più di 3.500 donazioni, con la maggior parte dell’ammontare destinato a non profit altamente efficaci.

 

LUCIUS CAVIOLA

Lucius Caviola è ricercatore in psicologia morale all’Università di Harvard e ha ottenuto il suo PhD all’Università di Oxford. La sua ricerca si concentra su temi all’intersezione tra psicologia ed etica. Indaga i bias morali che impediscono di massimizzare il welfare sociale e sviluppa strategie per aiutare le persone a migliorare i loro comportamenti in questo ambito. Con il prof. Joshua Greene ha creato GivingMultiplier.org, piattaforma di donazione basata sulla ricerca che agevola le donazioni a favore delle non profit più efficaci.

https://luciuscaviola.com/

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