Fondazione, quo vadis? Meccanismi erogativi tra passato e presente

Fondazione, quo vadis? Meccanismi erogativi tra passato e presente

di Simone Castello

Gli ultimi anni, caratterizzati da drammatiche trasformazioni che hanno modificato in modo profondo le modalità di relazione di persone e organizzazioni, verranno forse anche ricordati come un periodo di forte evoluzione dell’ecosistema filantropico, in particolare per quanto riguarda i meccanismi di grant-making.

Nonostante l’esigenza di un cambiamento fosse chiara ed evidente da tempo, poco o nulla era mutato fino allo scoppio della pandemia. Dinanzi a un’emergenza di tale portata, però, gli enti filantropici hanno mostrato prova di una buona capacità di risposta, promuovendo finalmente un’evoluzione verso meccanismi e modelli erogativi più moderni, flessibili, ed orientati ai bisogni degli enti non profit e meno centrati sulla propria autoreferenzialità. Iniziative come lo European Philanthropy Statement on COVID-19 di DAFNE e EFC o il pledge promosso dallo statunitense Council of Foundations attraverso la call to action Philanthropy’s commitment during Covid-19 sono una testimonianza di questa nuova e positiva sensibilità.

Nonostante gli elementi promettenti, la vera questione è se e quanto tali cambiamenti possano perdurare e diventare realmente pratiche comuni o siano destinate a rimanere un tampone estemporaneo. Sarebbe interessante potersi porre questa domanda a livello di sistema Paese ma, malauguratamente, non abbiamo a disposizione dati o studi pertinenti su fondazioni ed enti erogatori in Italia. L’unica proxy a cui possiamo fare riferimento, con tutti i limiti del caso, è l’interessante studio recentemente rilasciato dal Center for Effective Philanthropy “Foundations respond to crisis: lasting change?

Sulla base di un questionario a cui hanno risposto 284 leader di fondazioni e interviste con 33 fondazioni e 32 non profit, il report evidenzia come quasi tutte le fondazioni sostengano di aver lavorato in modo molto differente (42%) o differente (55%) nel 2020 rispetto al periodo pre Covid-19. I cambiamenti più rilevanti in questo senso includono:

  • La riduzione del sovraccarico amministrativo sulle non profit, attraverso una semplificazione dei processi erogativi e degli oneri di rendicontazione (76%). Circa il 90% dichiara che tali modifiche verranno, almeno in parte, portate avanti.
  • L’erogazione di una percentuale maggiore di finanziamenti non vincolati (61%). Il 65% intende continuare questa pratica, a fronte di un 10% intenzionato a ripristinare il precedente modello e un 25% indeciso.
  • Il passaggio a erogazioni pluriennali, sempre unrestricted (27%). In questo caso, il 68% pianifica di proseguire su questa linea mentre un 25% si dichiara indeciso.

Nonostante alcuni bias non trascurabili (ad esempio, un bias di risposta per cui, verosimilmente, le fondazioni che nel 2020 hanno effettuato modifiche nei propri modelli erogativi e che sono intenzionate a portare avanti tali cambiamenti sono state più inclini a partecipare all’indagine rispetto a quelle che non sono mutate e/o che intendono ritornare al precedente paradigma), si tratta di un’indicazione promettente.

La speranza è duplice. Da un lato, possiamo augurarci che tale percorso evolutivo, avviatosi dopo tanto ritardo, mantenga il proprio vigore e non si esaurisca sulla base di un’idea di “ritorno alla normalità”. Dall’altro, che questi dati relativi al contesto statunitense non rappresentino un’eccezionalità ma fungano, come già accaduto in diversi casi, da predittore per analoghe evoluzioni nel contesto italiano.

Ovviamente, il secondo punto dipenderà anche dalla capacità di accorgersi e rilevare tali modifiche, potendo contare su analisi di settore al momento pressoché inesistenti nel nostro Paese. Ma questa è un’altra – triste – storiad

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